Discriminazione verso i giapponesi

Discriminazione inconsapevole

È la prima volta che scrivo di questo nel mio blog in italiano.

Pensavo fosse una cosa inutile dire le cose negative e parlare della discriminazione.

Però penso che sia necessario alzare la voce quando sai che qualcosa è sbagliato.

Io ho vissuto a Venezia per 6 anni.

All’inizio non ero molto consapevole di essere oggetto di discriminazione, anche perché frequentavo una scuola di lingua italiana con tanti altri stranieri.

Per strada, mi salutavano dicendo “Nihao”, però pensavo vabbè, questa non è discriminazione.

Però quando tutti i bambini di fila mi salutavano dicendo “Nihao” con le mani giunte sul ponte, sinceramente mi dava il fastidio.

Oppure quando una bambina mi indicava e chiedeva ai suoi genitori “Ma quella è una cinese?”, mi dava il fastidio.

I bambini sono innocenti, sì.

C’erano i bambini in vaporetto che mi ridevano dietro.

“Dille tu che ha gli occhi a mandorla.”

“No, dillo tu.”

Facevano questa conversazione con la voce alta.

Queste sono piccole cose, ma se le incroci ogni giorno ti stanchi, no?

Poi mi era sufficiente per farmi pensare che sono DIVERSA da loro.

I professori dell’accademia mi chiamavano “Giapponese”.

“Vieni qua, giapponese!”, per un anno.

Altri studenti prendevano in giro gli studenti cinesi, chiamandoli “Cinesino”.

Sapevo che pensavano che io fossi una cinese, quindi mi sono offesa anch’io.

Discriminazione consapevole

Quando ero in treno, un uomo gigante mi ha urlato “Vai via, cinese!”

Quando camminavo, mi hanno lanciato della spazzatura due volte.

Una volta mi ha fatto abbastanza male, quindi ho gridato “Vaffanculo!”

Ma potete immaginare quanto sono rimasta male e arrabbiata?

Il mio cuore batteva forte.

Le mie mani tremavano.

Quando ero in fila in negozio di vetro a Veneiza, la commessa vecchia ha cominciato a lamentarsi dei cinesi a voce alta.

Non mi ricordo bene che termine ha utilizzato, ma ha detto che i cinesi sono cattivi perché fanno prodotti finti.

Avrà pensato che io fossi cinese, ma anche se io fossi stata una vera ragazza cinese, che colpa avrei avuto?

Una ragazza cinese che entra in negozio dei vetri?

Mica lei avrà fatto i finti vetri, no?

Poi ci sono mille cose simili, ma il peggio arrivò quando ero incinta.

Esperienza traumatiche quando ero incinta

Non sono sicura se si tratti di discriminazione.

Perché può essere che sono cattivi con chiunque.

C’era una infermiera nel mio ospedale al reparto di prelievi.

La salutavo dicendo “Buon giorno.” ma non mi ha mai risposto.

Masticava sempre il chewing gum.

Spesso non riusciva a trovare la mia vena perché era sottile rispetto a quella degli italiani.

Diceva “Che palle!” e mi ha bucato 3 volte.

Poi girava l’ago sotto la pelle.

Mi faceva male e il suo comportamento mi faceva paura.

Non sono più riuscita ad andare all’ospedale da sola perché è stato traumatico.

Poi la ginecologa che mi ha fatto una visita violentissima.

Quella visita mi ha fatto male per un anno anche dopo il parto.

Poi quando le ho chiesto perché mi è venuta il mal di pancia, si è rifiutata di rispondermi.

“Domanda alla tua ginecologa. Io faccio il turno di notte di pronto soccorso. Sono stanca.”

Io ho insistito un po’, perché sapevo che avevo il diritto di sapere la mia condizione.

Ma mi ha fermato la infermiera dicendo;

“Basta. Smettila.”

Mi trattavano come una bestia che fa le domande inutili e che insiste.

Ho avuto paura di queste persone, allora ho deciso di partorire in un’altro ospedale.

Peccato perché abitavo accanto a quell’ospedale, ma ho pensato che mi uccidevano se partorivo là.

Esperienze traumatiche dopo il parto

Quindi sono andata a Mestre per partorire.

Dopo il parto, mi faceva male svegliarmi dal letto.

Perché mi avevano tagliato sotto abbastanza, per inserire la ventosa.

Allora mi sono alzata in modo storto, e un’infermiera mi ha riso dietro dicendo;

“Ma ti svegli così anche a casa?”

Che insulto.

Poi quando ho sporcato il lenzuolo con il sangue, si è arrabbiata dicendo;

“Hai sporcato! Devo cambiare il lenzuolo di nuovo! Sai che devi andare in bagno spesso?”

Ma mi faceva davvero male da morire andare in bagno.

Infermieri crudeli.

Ma erano crudeli soprattutto con la signora marochina di fianco a me.

Lei aveva appena perso il bambino per aborto spontaneo.

Mettere una donna in questa situazione nella stessa stanza di me che ho appena partorito?

Ero addolorata ogni volta che piangeva mio figlio.

Perché temevo che lei si sentisse male sentendo la voce di mio figlio appena nato.

Quando ha chiamato le infermiere con il pulsante, non arrivavano per più di mezz’ora.

Lei soffriva per il dolore e chiedeva la tachipirina che era già finita.

La infermiera dice okay, e ritorna ancora fra mezz’ora.

Io ascoltavo che lei gridava dal dolore per un ora e schiacciava il pulsante continuamente.

Erano i primi giorni dopo il mio parto in ospedale.

Anche lei non poteva camminare bene per andare in bagno.

La infermiera che la sopportava ha detto;

“Dai, su! Diritta!”

La signora marocchina ha pregato;

“Allà…” dal dolore.

Allora la infermiera ha sputtato questa frase;

“Non c’è Allà!”

Quella infermiera l’ha accompagnata in bagno, poi sono ritornate al letto.

Dopo sono andata in bagno anch’io e ho trovato l’assorbente pieno di sangue per terra.

L’infermiera deve aver visto l’assorbente, eppure l’ha lasciato per terra.

Ho dovuto io buttarlo in cestino.

Ma che schifo.

Dico schifo non all’assorbente, ma all’infermiera.

Voi li trattate come eroi in questo momento del COVID-19, ma sinceramente a me viene da vomitare ogni volta che vedo le immagini di persone negli abiti di infermieri.

Errore intervento chirurgico

Poi non mi hanno fatto i controlli dopo il parto.

Cioè non hanno controllato bene se la placenta era completamente uscita e non hanno fatto neanche l’eco per vedere l’utero.

Dopo 2 mesi dal parto il sangue non si fermava ancora allora sono andata di nuovo all’ospedale e hanno trovato che un pezzo di placenta che era rimasto nell’utero.

Mi hanno operato subito, dicendo che era un’operazione molto facile e veloce di 10 minuti.

Mi hanno fatto l’esame del sangue prima dell’operazione, che mi ha rotto la vena e il mio braccio è diventato verde per un mese.

Erano veramente di fretta.

Mi ricordo ancora che dicevano;

“Ma abbiamo solo 10 minuti per la prossima operazione!!”

“Abbiamo un cesario fra pochi minuti!”

Poi chissà cosa avranno fatto, perché ero addormentata.

Poi quando mi sono svegliata, mi hanno detto che mi hanno bucato il mio utero per sbaglio.

Lei mi ha detto che ha tolto via il pezzo di placenta, ma quando sono stata da un’altra dottoressa, mi ha detto che ce ne erano tanti ancora rimasti nell’utero.

Qualcuno dice bugie? Boh.

Vivere in Italia è pericoloso

Non so se si trattano della discriminazione, ripeto.

Però dopo di aver vissuto le vere discriminazioni, questi comportamenti, cioè modo in cui mi trattano mi sembrava una discriminazione.

Ho perso il coraggio di vivere in Italia.

Io studio ancora l’italiano.

Amo ancora l’Italia.

Perché mi hanno aiutato tante persone.

Perché ho tanti amici italiani.

Perché ho passato bellissimi momenti in Italia.

Ma sono davvero stanca di essere DIVERSA.

Perché voi non smettete di farci sentire diversi?

Lo so, anche i giapponesi fanno così.

La mia amica canadese diceva che era molto stanca degli sguardi con cui la guardavano i giapponesi.

Adesso posso capirla meglio.

Nel crescere un bambino è ancora difficile, perché come crescere un bambino cambia molto da paese a paese.

I vecchi veneziani negavano facilmente la mia cultura.

Negare le abitudini di uno straniero vuol dire negarne la cultura.

E se si tratta di crescere un bambino, è grave, perché si tratta dell’identità.

Ero stanca di essere in Italia e anzi, mi sentivo di essere in pericolo.

Perché se fanno a me queste discriminazioni, cosa succederebbe a mio figlio?

Mi fanno male qui.

Devo scappare.

Questo era il mio pensiero.

Esotismo verso il Giappone

Questa  è la storia di una giapponesina che ha vissuto a Venezia per 6 anni.

Penso che se hai letto questa storia è perché ti piace il mio paese.

Ma per noi giapponesi, a volte è difficile vivere in Italia.

Non dico  che il Giappone è un paese migliore.

Però se continuiamo così, cioè, se trattiamo le persone senza il rispetto, finiamo male.

Poi ricordatevi, se tratti male una persona per etnia, per nazionalità, o per religione, ferisci tutti.

Discriminare i marocchini vuol dire ferire anche me.

Perché mi fa capire che giudicate le persone in base al colore.

Discriminare i cinesi vuol dire ferire anche i giapponesi.

Dire i giapponesi sono meglio è un’offesa.

Ma chi siete voi.

Alla fine, dopo aver detto “Amo il Giappone!”, potete ammettere che siamo uguali?

Ami il Giappone che è un paese molto divevrso dal vostro paese?

Ami i giapponesi perché sono diversi da voi?

Sei diverso dai giappi?

No, siamo uguali, purtroppo.

Sei sicuro che non ti sentivi migliore quando dici “Amo il Giappone.”?

Smettiamola di avere questo esotismo verso i giapponesi.

Avete capito male e siamo uguali.

Se non ne sei consapevole, sei ignorante.

Non conosco di te, ma l’odio verso gli stranieri tra gli italiani è enorme.

Ne ho visto troppo in Italia.

Anche in Giappone c’è il nazionalismo, ma sono una di loro in Giappone.

Posso nascondermi qui.

Ma in Italia non mi posso nascondere, ed è pericoloso perché devo affrontare quest’odio e ignoranza direttamente.


Let's share this post!

Comments

To comment

TOC
閉じる